L’etica dell’ignoranza

Spesso si utilizza il termine “ignorante” come aggettivo dispregiativo, senza pensare che tutti siamo ignoranti. E’ una grossa limitazione pensare che essere andati a scuola, aver preso magari buoni voti, aver ottenuto brillantemente una laurea e svolgere una professione faccia di noi delle persone “non ignoranti”.

Sono passati oltre due millenni, ma non abbiamo ancora imparato la lezione di Socrate e questa è una bella prova della nostra ignoranza.

Essere un professionista affermato e stimato, ci rende ovviamente meno ignoranti nel campo specifico della professione, ma non significa che sappiamo tutto quello che potremmo sapere per svolgere quella stessa professione in maniera diversa e forse migliore.

Il problema sta probabilmente a monte, in un sistema scolastico e di istruzione che pensa che solo a trasferire nozioni e conoscenza, ossia cose già note, radicando e radicalizzando l’ignoranza su tutto il resto, su quello che non si conosce e che si ignora di non sapere.
Se tutti operassero solo sulle conoscenze, la scienza non avrebbe fatto progressi; quindi là fuori nel mondo scientifico ci deve esser qualche talentuoso rivoluzionario che si si pone magicamente quelle domande che di solito nessuno si pone ed è tanto coraggioso dal cercare pure risposte, sapendo di correre il rischio di trovare altre domande.

Bellissima l’immagine che dà Stuart Firestein (neuoriscienziato alla Columbia University): quello della conoscenza è un pozzo magico da cui puoi estrarre secchi senza mai asciugarlo.

Altro problema: come fa un professionista a porsi queste domande e svolgere queste riflessioni, se nessuno lo aiuta ed anzi resta vittima di un sistema ordinistico e istituzionale basato su una sorta di “formazione bulimica” che pensa che “più è meglio“? Più norme, più dati, più formazione. Senza chiedersi: su cosa?

Più non è affatto meglio nella misura in cui ti dà una falsa sensazione di conoscenza: se volessimo un minimo imparare dai sistemi biologici che tendono naturalmente all’omeostasi, dovremmo riflettere sul fatto che ogni nuova trasferimento di conoscenza andrebbe controbilanciato con una adeguata batterie di domande per provare a capire almeno quanta ignoranza c’è sull’argomento, considerato che esiste l’ignoranza di bassa qualità, ma anche quella di alta qualità.
Se poi ci mettessimo a riflettere sulla differenza e sulle dinamiche che legano conoscenza, competenza, erudizione e saggezza.. ci verrebbe un bel mal di testa: un mal di testa positivo!

Ma qualche piccolo Socrate in giro non c’è?

Probabilmente sto pensando ad un emulo del grande filosofo che se ne va in giro in groppa a Ronzinante come un novello Don Chisciotte a seminare il seme dell’ignoranza positiva: dovrebbe farlo nelle scuole, ma anche negli ordini professionali che sembrano creare il mito dell’infallibilità del professionista.

Forse abbiamo dimenticato che il termine filosofia significa semplicemente “amore per il sapere” e che più ne ammucchiamo e più abbiamo bisogno di imparare a gestirlo e di capire che è limitato: non si tratta di fare uno spot ai corsi universitari di filosofia, ma di diventare un po’ filosofi.

Ora, potreste pensare che tutto questo valga solo per uno scienziato e non per un professionista, ma io temo che invece non ci siano differenze, anzi.

Se lo scienziato, a causa della sua sconosciuta ignoranza, non è efficace, non farà nuove scoperte o ucciderà inutilmente qualche topo; in altre parole non diventerebbe uno scienziato da ricordare, ma se tutti gli scienziati operassero così la scienza non farebbe grandi progressi.

Se un professionista pensa di sapere già tutto, rimarrà ancorato ad un sapere che gradatamente diventa sempre più vecchio e disallineato alle nuove di conoscenze fornendo al cliente un servizio o una prestazione non attuali. E in un mercato sempre più consapevole, dove si possono prendere informazioni sui professionisti senza neanche conoscerli e senza nemmeno chiamarli, essendo sufficiente girare un po’ tra Facebook, Linekdin e il sito web bello studio, il prezzo dell’ignoranza può diventare piuttosto salato.

Senza considerare che tutto questo frustra il progresso dell’intera società, che godrà di servizi non ottimali.

Vorrei una scuola di filosofia basica per i professionisti del XXI secolo, con annesso allevamento di Ronzinanti.

Riflessione forense: i “corsi” (che di “corso” non hanno un bel nulla, essendo spesso delle isolate attività seminariali) nei quali si regalano i crediti formativi obbligatori, trasferendo informazioni giuridiche (sulle nuove leggi, la nuova dottrina o la nuova giurisprudenza), temo non forniscano alcuna nuova conoscenza: sono solo manutenzione della conoscenza già acquisita.

Ci sono tanti modi di intendere la “conoscenza”…