Etica, smartphone e cambiamento

Forse non ci pensiamo abbastanza, ma la nostra vita per certi aspetti è come la batteria del telefono: da quando lo accendi comincia a consumarsi. La batteria però, la puoi ricaricare ed é una bella differenza.

Mi torna in mente Massimo Troisi nel mitico “Non ci resta che piangere”; di fronte all’insistenza del monaco che lo esorta a ricordarsi che tutti dobbiamo morire, risponde con una battuta che è rimasta negli annali del cinema: “.. si va bene.. mo’ me lo segno..

Al di là delle battute, c’è sempre un fondo di scaramanzia o di superstizione che ci impedisce di fermarci a riflettere sul fatto che abbiamo tutti una data di scadenza e che quindi, dovremmo utilizzare il nostro tempo saggiamente, giacché si tratta di una risorsa non rinnovabile.

Nello scorso fine settimana ho letto un libro che davvero tutti dovrebbero leggere, perché è leggero nei toni, ma profondo nei contenuti: “Chi ha spostato il mio formaggio. Il seguito” di Spencer Johnson; qualche ora per poche pagine che possono davvero lasciare un segno.

Un libro che ci insegna come il primo cambiamento deve avvenire nella nostra testa che non sempre è quella macchina meravigliosa che pensiamo che sia. Una delle tante frasi che mi ha colpito è questa: “non dobbiamo accettare tutti i nostri pensieri” e in effetti se riuscissimo ad essere critici con noi stessi potremmo rivedere molte delle nostre convinzioni che talvolta ci siamo costruiti per abitudine, pigrizia, comodità o superficialità. D’altra parte è risaputo che solo gli stolti non cambiano mai idea.

Tutto il libro è una fantastica ginnastica intellettuale, ma la fine è davvero sorprendente, poiché riporta una “Lettera al mio tumore“, la malattia che poi ha ucciso l’autore.

Ciao Tumore,
quanto ti voglio bene! Prima mi facevi paura e ti combattevo perché volevo sconfiggerti. Poi ho guardato le mie convinzioni per capire se avevano più a che fare con quello che amavo o con quello che temevo.
Naturalmente riguardavano più quello che mi faceva paura.
E mi piace come ho imparato a volerti bene, idea che all’inizio mi sembrava piuttosto strana. La mia vita è diventata molto più ricca. Perché, anche se sono ammalato e so che presto potrei morire, sono diventato una persona molto più riconoscente e affettuosa, molto più vicino alla famiglia e agli amici, molto più determinata e molto più spirituale.
Perciò, grazie. Grazie. Grazie!

Riprendiamo fiato e chiediamoci: quanto è ricca la nostra vita? Quanto durerà ancora la nostra batteria? Il tempo che ci resta, lo stiamo davvero spendendo la meglio delle nostre possibilità?
Meglio non farsele certe domande, penserà qualcuno..

Io invece ci penso e pure spesso perché solo in questa dimensione penso di riuscire a dare il giusto peso alle persone, agli avvenimenti, ai fenomeni e alle cose. Se isoliamo tutto, rischiamo di attribuire valori arbitrari, passando ad esempio molto più tempo a fare qualcosa che magari non ci piace fino in fondo, togliendolo forse alle persone che amiamo o alle esperienze che ci riempiono.

E’ proprio vero che la fortuna più grande è fare un lavoro che ci piace davvero molto, perché ci passiamo la gran parte della vita. Ma se non avessimo questa fortuna avremmo un bel problema. Magari risolvibile perché come ci insegna Johnson si possono cambiare tante cose e talvolta l’impossibile è solo nella nostra testa.