Il valore delle scelte scomode

Un professionista, un leader, un politico, un membro di un’istituzione o di un organo di rappresentanza, avrà prima o poi a che fare con scelte scomode o impopolari. Scelte relative a situazioni o condizioni di cui non è normalmente responsabile, nel senso che le cause o le origini sono spesso naturali, ambientali o dovute al comportamento di altre persone.

Dire ad un cliente che ha torto, limitare una libertà ad un cittadino o frustrare i desideri di una categoria che rappresenti potrebbe essere talvolta l’unica scelta corretta ed etica. Ma siccome in questo mondo complesso non possono non esistere gli effetti indesiderati, ecco che subentra il danno collaterale: quello sul consenso.

Stiamo andando verso un mondo consensocentrico?

Eppure questo problema, in teoria, ci dovrebbe essere sempre stato: cos’è cambiato? A mio avviso la perdita di qualità del pensiero ed ovviamente la diluizione dei valori etici. Anche chi non conosce affatto la teoria della complessità capisce benissimo la retroazione che scaturisce dalla scelta impopolare e, dunque, razionalmente, agisce per bloccarla. Una ragione priva di etica ovviamente, ma tremendamente efficace anche perché non si rischia nulla, a livello personale: ci rimettono “solo” gli altri, e peraltro, in un futuro che non è tanto prossimo.

Un circolo vizioso? Direi propio di sì: se continui a dire alle persone quello che vogliono sentirsi dire, creerai un immobilismo che porterà sul lungo periodo ad un autentico disastro. E ne abbiamo svariati esempi nel nostro come negli altri paesi.

La soluzione si chiama potenziamento morale: nelle scuole, in famiglia, nelle istituzioni nel web, sui social. E’ ora passata di parlare di etica a tutti i livelli. Ci vuole impegno da parte di tutti quelli che una sensibilità e competenza morale ce l’hanno, altrimenti, sarò campo libero per gli schiavi e drogati del consenso.

Ognuno di noi che, potendo, non dà il suo contributo per migliorare l’etica del prossimo è responsabile più di chi l’etica non ce l’ha ed almeno quanto chi la conosce ma non la rispetta.

Ci serve Mandela per capire come scelte impopolari si possono prendere per il bene di un intero popolo; non ci serve Mandela se poi concludiamo che solo le persone “speciali” possono farlo. Non nascondiamoci dietro al carisma, ai tempi andati, alla società che era diversa. Quello che manca è il coraggio che ha lascia così spazio alla paura che consente a sua volta l’insinuarsi del “bias dell’alibi“, ossia l’autogiustificazione della propria inerzia, legata all’inutilità della propria azione.

E’ ora di smetterla di pensare che la nostra singola isolata azione sia inutile, che tanto non cambierà nulla. Non cambierà nulla solo se tutti coloro che possono fare qualcosa e non la fanno continueranno a crogiolarsi nella supposta ed artificiosa inefficacia dell’apporto individuale. Con ciò rendendo davvero impossibile il cambiamento.

In ambito psicologico è risaputo che la vittima talvolta crea il carnefice per avere qualcuno su cui scaricare il proprio dolore o per deresponsabilizzarsi.


Io quattro chiacchiere con me stesso me la farei.