Le medicina antiestetica, il diritto ingiusto, il fisco privato ed i mattoni di terra.

Cos’hanno in comune una persona che si fa togliere togliere 6 costole per somigliare ad una bambola, un cliente che spende 11.000 euro di spese legali per (non) recuperare un credito di 1.500, un’impresa che fallisce con il benestare del commercialista ed un tizio che vuole una casa con i mattoni di terra?

Non c’è nulla di fantasioso negli esempi che rappresentano “solo” casi reali, sebbene estremi: mi interessa solo chiedermi qual è – oggi – il ruolo di un professionista nella società.

Lo “zerbino” dei desiderata del cliente? L’esecutore acritico dei suoi progetti? Senza togliere costole a nessuno, beninteso, perché questo è il problema nel problema: pensare che la riflessione etica seria e profonda debba interessare solo i casi estremi.

Tra i professionisti, infatti, si può notare una certa tendenza ad autogiustificare la mancanza di riflessione etica quale logica conseguenza di una (auto)riduzione della gravità del proprio caso: “io non sto togliendo costole a nessuno, dunque, il cliente può fare quello che vuole”.

Parafrasando Tolstoi, “tutti i professionisti non etici si somigliano, mentre ogni professionista etico si distingue a modo suo“.

I primi infatti sono accomunati sia da una scarsa sensibilità etica, che definirei prima di tutto “genetica”, poi esperienziale ed fine dovuta a carenza di formazione.

La genetica

Robert Plomin sostiene – dopo 40 anni di studi e ricerche in materia – che “il modello su cui è costruita la nostra individualità risiede in quell’uno per cento del DNA che differisce da una persona all’altra“. Anche senza voler sposare un simile approccio, è innegabile l’impatto della genetica nel comportamento, se è vero che, seppure in maniera diversa, pure le scimmie hanno strutture cerebrali che gestiscono codici morali come sostiene da anni Frans De Waal in un video al TED che io farei vedere in tutte le scuole.

Ma il fatto che la genetica non aiuti, non può essere una giustificazione: il cervello infatti è “plastico” ed è in grado di apprendere sempre cose nuove, se si usano le conoscenze giuste, i sistemi e le tecniche giuste, con la giusta motivazione e impiegando tempo sufficiente. Almeno questo è quello che sostiene Jhon Geake (docente di Educazione e Scienze dell’apprendimento presso la School of Education, Università del New England, Australia, cofondatore dell’Oxford Cognitive Neuroscience Education Forum e ricercatore per il Centre for Functional Magnetic Resonance Imaging of the Brain, Oxford, UK) in un volume curato di Giorgio Vallortigara (docente di Neuroscienze presso il Centre for Mind-Brain Science dell’Università di Trento, già Adjunct Professor presso la School of of Biological, Biomedical and Molecular Sciences dell’ Università del New England, in Australia) che ho avuto il piacere di ascoltare ai convegni della Società Italiana di NeuroEtica.

Dunque cambiare sarà duro, ma non impossibile: impegnarsi per aiutare il prossimo a sviluppare una dimensione etica è un dovere di chi la possiede e l’ha a cuore, altrimenti anche costui finisce per passare dall’altra parte della barricata.

L’esperienza

Se non sei vissuto in una famiglia, in una scuola, in un ambiente in cui si praticava l’etica con una certa frequenza, è probabile che “da grande” tenderai a replicare quegli schemi a-etici che hai incolpevolmente assorbito. Non sempre scegliamo le nostre esperienze, specie da piccoli, ma da adulti la musica può cambiare.

Certo, che se pure nell’ambiente professionale in cui operi di etica se ne respira poca, perché magari non è facile osservare comportamenti etici o perché semplicemente non se ne parla, specie ai convegni della famigerata formazione obbligatoria, è chiaro che la questione si complica ulteriormente. Se poi non hai avuto un “maestro”, un dominus, un mentore che ti ha insegnato e mostrato un po’ di etica, le tue possibilità di acquisirla in seguito si riducono ad un lumicino. Ma non a zero.

La formazione

Ah l’etica non si può insegnare“! Ah, bene! Se pure quelli che hanno una dimensione, sensibilità e competenza etica, tirano i remi in barca, come potranno mai cambiare le cose? Non possiamo accettare gli etici da una parte, che si autoinseriscono nel recinto dei “buoni”, guardando dall’alto in basso – scambiando la morale per moralismo – gli altri non etici, nel recinto dei “cattivi”.

Ma non l’abbiamo ancora capito, che siamo tutti nello stesso recinto?

Come faccio io avvocato a lamentarmi di un medico che consiglia interventi chirurgici, solo perché operare è il suo mestiere? O io medico a lamentarmi di un avvocato che mi trascina in tribunale se quello è il suo mestiere?

Quale è davvero il mestiere del professionista?

Fare quello che hanno insegnato le Università o quello che richiede la società di cui noi stessi facciamo parte?

Ovviamente non voglio nemmeno provare ad azzardare o abbozzare una risposta assoluta e generale perché so che sarebbe sbagliata e che polarizzerebbe subito i pensieri.

Al contrario, mi accontenterei di innescare una riflessione che è prima di tutto individuale e poi collettiva, magari proprio coinvolgendo quelli Ordini o Collegi professionali che, di solito, non se ne occupano e che possa prima o poi approdare nelle scuole e nelle università.

Ma se nessuno inizia, come possiamo anche solo sperare in un cambiamento?

L’etica nelle “piccole cose”

Dunque ogni piccolo, “normale”, “ordinario”, incarico o quesito può diventare l’occasione per acquisire e sviluppare la nostra personale sensibilità e competenza etica che può diventare virale ed essere esportata sino a contaminare eticamente il prossimo.

Non solo gli incarichi che riceviamo, ma anche quelli che diamo: se sei un avvocato, la prossima volta che vai da un medico osserva la sua dimensione etica. E lo stesso vale per il caso opposto, oppure per un ingegnere che va da un avvocato o viceversa. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi facilmente.

E’ la voglia o il coraggio che mancano, talvolta (o spesso), non l’occasione.

Non si può non comunicare, come aveva capito il grande Watzlawick 50 anni fa, quindi, se non parliamo di etica, se non la osserviamo e non la pratichiamo, vuol dire che non ci interessa davvero.

Limitarsi a “pensare” all’etica, non è abbastanza.

Ed infine pure una bella considerazione pratica, pragmatica o prosaica: capire quale è la tua dimensione etica, cosa sei disposto ad accettare e su cosa non puoi transigere, contribuisce ad identificarti e differenziarti, rispetto a tutti coloro che non lo fanno.

Marketing etico

Ti sto dicendo di usare l’etica per costruire il tuo personal brand? Esatto!

Non si può piacere a tutti come professionisti, né ci piacciono (diciamocelo chiaramente) tutti i clienti: perché invece di subire incarichi generati “dal caso”, dal passaparola o dal_vai_a_sapere_da_cosa, non lavoriamo per farci trovare dai clienti giusti?

Quelli che sono sintonizzati con la nostra personale frequenza etica? Magari sfruttando quel digitale che qualcuno “snobba” o “teme”; potrebbe essere un bell’aiuto, ma solo insieme all’acquisizione di quelle competenze chiave, trasversali, che l’Europa cerca di sviluppare da anni.

Un lavorone, eh? Certamente. D’altronde pretendere soluzioni semplici a problemi complessi non fa parte della mia etica. E della tua?